Importiamo dequalificazione ed esportiamo eccellenze

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Due giorni fa ho scritto un tweet: «persino il lavoro qualificato in Italia risponde alla logica della domanda esterna. Formiamo, a spese nostre, laureati e persone altamente qualificate che poi emigrano all’estero. In più nessuno ci paga per farlo. Politiche predatorie allo stato puro». Il rovescio della medaglia è la massa di immigrati economici che arrivano dall’Africa; per lo più gente dequalificata, che finisce per ingrossare le fila della malavita straniera e italiana, e quell’economia sommersa fatta di sfruttamento, disumanità e lavoro nero.

E’ un fenomeno questo che rende il nostro paese più povero, economicamente, culturalmente e professionalmente. Importiamo dequalificazione, decompetenze e consumatori di welfare, ed esportiamo eccellenze, professionalità e inventiva. E la domanda è: fin quanto potremo sopportarlo?

Non è facile dare una risposta. Ma è chiaro che le politiche migratorie, unite all’assenza di politiche per la natalità, sono informate per lo più a una concezione neoliberista e globalista dell’economia, che mira a rafforzare e perpetrare il processo di deflazione salariale e di demolizione dello Stato sociale. L’emigrazione qualificata è una conseguenza (non casuale): in un paese sottoposto a un costante ma inesorabile processo di deindustrializzazione e di annichilimento delle aspettative professionali individuali, dove cresce l’offerta di lavoro dequalificato a basso costo e si restringe l’usufruibilità del welfare, l’unica soluzione è emigrare verso mercati migliori. L’alternativa è adattarsi a lavorare in mansioni sottoqualificate o con salari non adeguati al profilo professionale.

Qualcuno però potrebbe dire: siamo però capaci di esportare eccellenze; dunque vuol dire che facciamo un buon lavoro di formazione. Non è proprio così, ma anche lo fosse, questo gioco (piuttosto costoso) non potrà continuare a lungo, senza gravi ripercussioni sociali sulla spesa pubblica. E non è un caso che uno degli effetti-obiettivo dell’immigrazione economica di massa è la demolizione del welfare per la sua progressiva insostenibilità. Sicché dal momento in cui l’istruzione pubblica – che ricomprendo nel welfare – verrà definitivamente “privatizzata” con un accesso selettivo e censuario, l’esportazione di eccellenze sarà sempre più rara e riguarderà per lo più i laureati provenienti dalle famiglie benestanti, dell’alta borghesia doppiamente ammanigliata al potere e al capitale finanziario. Gli altri dovranno accontentarsi di un’istruzione basica, selettiva e minima per i lavori dequalificati.

In altre parole, il deflusso di eccellenze verso l’estero e verso i paesi che – guarda caso – sono i maggiori artefici della depressione economica italiana (grazie all’euro) e l’ingresso massificato di immigrazione dequalificata, sono destinati da una parte a demolire il welfare italiano, riducendo ulteriormente (ovvero azzerandoli) gli impegni costituzionali ex-artt. 3 e 4, e dall’altra, a renderci un paese incapace di innovare nei settori economici di particolare rilevanza come l’industria, la ricerca e la tecnologia. Diventeremo in questo modo semplicemente un serbatoio di manodopera dequalificata o sottoqualificata conto terzi.

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