Il sogno di sottomettere la politica alla giustizia

In questi giorni ho letto molte opinioni, più o meno autorevoli, che affermano che Salvini dovrebbe farsi processare. Ebbene, è evidente che in queste opinioni sia racchiuso il senso profondo del fallimento della cultura democratica, intesa come conoscenza dell’importanza cruciale dell’equilibrio fra i poteri dello Stato e dunque dei limiti che i poteri non possono mai superare l’uno nei confronti dell’altro. Pensare o convincersi pertanto che l’ultima parola, per gli atti politici compiuti da un ministro, spetti alla magistratura, è negare questo equilibrio e questi limiti, ed è legittimare il diritto della giustizia di prevalere sulla politica, seppure mai il contrario. Dai giustizialisti, infatti, non sentiremo mai affermare che i PM devono essere sottoposti al potere esecutivo.

Quando si arriva a considerare la politica come un potere subordinato alla giustizia e lo si considera addirittura “normale”, allora vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nell’informazione e nella formazione delle giovani generazioni. E quel “qualcosa” non è altro che il frutto velenoso di un meccanismo propagandistico che mira da decenni a demolire la democrazia costituzionale. Uno dei sistemi è la moneta a debito (l’euro), l’altro è l’immigrazionismo (o terzomondismo), e l’ultimo – ma non il meno importante – è il giustizialismo, attraverso il quale da una parte si delegittima a priori la politica (considerata fonte di corruttele e di cattive pratiche) e dall’altra si esaltano le doti etiche e morali della giustizia.

Ma il bene comune non è giustizia. Così come la giustizia non è interesse nazionale né tutela di esso. La giustizia deve solo limitarsi ad applicare la legge formata dalla politica, e non può – in uno Stato democratico – sostituirsi a essa nell’atto politico creativo ed esecutivo, ovvero interpretativo dell’interesse nazionale. Altrimenti si verifica quella subordinazione che le Costituzioni del ‘900, e in particolare la nostra, hanno sempre voluto evitare per impedire che il potere venisse esercitato non per mezzo del consenso popolare, ma per mezzo delle sentenze.

Con l’idea che Salvini debba venir processato, o che comunque debba volontariamente e moralmente sottoporsi al processo per dimostrare la propria “innocenza” rispetto a un atto giurisdizionalmente insindacabile, si tradisce indubbiamente lo spirito della Costituzione e si denigrano e si umiliano secoli di evoluzione giuridica democratica, esaltando il senso inquisitorio della giustizia e la sua pretesa capacità di emettere non solo pronunce giuridiche, ma anche precetti etici e morali. Ciò perché per il giustizialista, la sentenza non è solo l’accertamento del diritto vivente, ma anche un precettore etico e morale non contestabile.

La degradazione della democrazia davanti a questa involuzione del pensiero politico e filosofico è evidente ed è palpabile. Per quanto sia chiaro ed evidente che i crimini (veri) debbano essere perseguiti anche se commessi da un politico, questa verità non può essere in alcun modo utilizzata per sottoporre l’azione politica al processo sempre e comunque, e in ogni caso a prescindere. La valutazione nel merito e in via pregiudiziale, operata dai rappresentanti del popolo, deve sempre essere contemplata; la politica deve essere in grado di stoppare le indebite invasioni di campo, perché questo “potere” è uno degli strumenti cruciali attraverso il quale la democrazia si realizza concretamente. Negarlo, significa negare la democrazia.