Il reddito di cittadinanza tra mobilità e demolizione del welfare

Non sono un estimatore del reddito di cittadinanza. Ritengo che il Governo, mandando avanti questa “riforma” abbia in verità messo il carro davanti ai buoi, anche se – come direbbe Andreotti – a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E quel pensar male, riguarda proprio il rapporto tra reddito di cittadinanza e le occasioni concrete di lavoro nelle aree depresse. Perché se è pur vero che chi percepisce il reddito, poi deve accettare le occasioni di lavoro offerte e adeguate al proprio profilo professionale, è anche vero che se queste offerte non esistono nella sua zona, chi percepisce il reddito o accetta condizioni di lavoro non adeguate, oppure si sposta anche di centinaia di chilometri per trovare offerte congrue. In tal caso, il reddito di cittadinanza finisce per essere l’ennesimo strumento neoliberista per indurre i lavoratori ad accettare una forte mobilità lavorativa.

Dunque, più che un sostegno al reddito, il reddito di cittadinanza, senza un massiccio piano di investimenti pubblici nelle aree depresse che sia volto a stimolare lo sviluppo economico di quelle aree, diventa lo strumento principe attraverso il quale semplicemente si incentiva e si rafforza la mobilità del lavoratore, con un forte impatto sui salari, sulle condizioni di lavoro e sul welfare. Infatti, come ho già detto qui riprendendo un magistrale articolo di Orizzonte48, il reddito di cittadinanza, in un contesto in cui la visione dominante è quella dello Stato sprecone e corrotto, impone necessariamente una stretta su altre componenti dello Stato sociale, sicché il reddito alla fine non potrà che essere finanziato limitando o abrogando il resto del welfare. Goduria neoliberista.

Se questa è la prospettiva, trovo davvero risibile la critica che viene fatta al reddito di cittadinanza, secondo la quale tale reddito indurrebbe le persone che lo percepiscono a non lavorare. Ed è risibile perché, per come è congegnato il reddito di cittadinanza, l’incentivo a non lavorare è pressoché insignificante (al netto dei furbetti che non mancheranno); semmai, esiste un incentivo alla mobilità lavorativa e alla riduzione del welfare, prospettive parecchio care agli imprenditori. I quali, dal loro canto, non dovrebbero nemmeno essere particolarmente preoccupati che il reddito di cittadinanza crei una spinta dei salari verso l’alto. E ciò perché la stessa mobilità lavorativa insita nel meccanismo del reddito di cittadinanza, alimentata dall’assenza di un piano di sviluppo industriale delle aree depresse (dove il reddito di cittadinanza andrà per la maggiore), renderà la prospettiva del tutto marginale.