Il rapporto conflittuale tra immigrazione e welfare

welfare-immigrazione-rapportoE’ di questi giorni la sentenza del Tribunale di Milano che obbliga l’INPS a pagare il bonus mamma anche alle immigrate con permesso di soggiorno breve. Una sentenza che sta facendo discutere e che riporta in auge il problema del rapporto tra immigrazione e welfare (e cioè il sistema assistenziale italiano per gli indigenti e per le fasce più deboli).

Il problema gira attorno alla domanda, in verità politicamente scorretta: ma è giusto che gli immigrati godano dei servizi assistenziali dello Stato? Intendiamoci, non mi riferisco a istruzione e sanità, delle quali indubbiamente e senza discussioni, possono e devono usufruirne anche gli immigrati, quanto a quegli istituti che rappresentano una rete di salvataggio per le fasce indigenti o prive di reddito della popolazione residente. 

La domanda, seppure – dicevo – politicamente scorretta, secondo i canoni immigrazionisti e buonisti, ha un suo perché se pensiamo che in Gran Bretagna, il fenomeno degli immigrati che usufruiscono del welfare inglese ha costretto il governo di Theresa May a irrigidire ulteriormente i criteri di ingresso e di soggiorno per gli stranieri, stabilendo da aprile 2016, che gli immigrati per poter soggiornare nel Regno Unito devono avere un reddito minimo di 35 mila sterline, entro il limite massimo di cinque anni. Chi non raggiunge quella cifra può comunque rimanere nel Regno Unito solo per un ulteriore anno, prima di essere costretto a tornare nel proprio paese d’origine.

La questione, dunque, ruota intorno al concetto di immigrato economico. In teoria l’immigrato economico è colui che immigra in un paese per realizzarsi economicamente, e di conseguenza per lavorare e contribuire con la sua forza lavoro manuale o intellettuale al progresso e al benessere della società ospitante. Sicché costui migliora le proprie condizioni di vita e paritempo contribuisce a migliorare le condizioni di vita della società in cui vive e lavora. Un do ut des di valore, tanto che l’immigrazione di qualità è sempre ben accetta dagli Stati, che la regolano in modo dettagliato.

Il problema nasce però nel momento in cui l’immigrato penetra nel paese ospitante senza avere un reddito sufficiente per mantenere se stesso e la propria famiglia, ovvero lo perde entro un ragionevole lasso di tempo (es. cinque anni dal suo ingresso). O meglio, quando lo Stato ospitante stabilisce criteri di ingresso e permanenza troppo blandi, tanto che l’immigrazione di qualità non viene incentivata, mentre aumenta quella attratta dalle forme assistenziali offerte dal paese di destinazione. In quest’ultimo caso, l’immigrazione inizia a essere un problema per la società, perché le risorse necessarie per sostenere il welfare aumentano esponenzialmente, e aumentando si riverberano negativamente sulla pressione fiscale, sui consumi e dunque sull’economia reale. 

In Italia, per certi versi, sta accadendo proprio questo. Se andassimo a vedere i criteri per ottenere il permesso di soggiorno, e precisamente quelli economici, ci accorgeremmo che l’ingresso e la permanenza nel nostro paese non favorisce l’immigrazione qualitativa, ma quella quantitativa. Per ottenere il permesso di soggiorno, è necessario avere un reddito minimo di 5.824,91 euro (che aumenta moderatamente qualora ci siano figli e congiunti). Un limite davvero blando se si pensa che la giurisprudenza ha ritenuto più volte che la valutazione del reddito in sé non è sufficiente per accordare o respingere il rinnovo di permesso soggiorno, essendo necessario guardare anche alla storia lavorativa dell’immigrato. Sicché, qualora l’immigrato abbia un contratto di lavoro a tempo determinato di 4 mesi, normalmente insufficiente per ottenere il rinnovo del permesso, questo potrà comunque essere rinnovato, sul presupposto della flessibilità del mercato del lavoro, la quale, quasi certamente, gli permetterà di trovare una nuova collocazione lavorativa.

Visti i criteri economici blandi e una giurisprudenza piuttosto clemente, il fenomeno degli immigrati che si trovano in Italia senza un reddito sufficiente per sostenere se stessi e le loro famiglie è destinato ad aumentare, comportando così un incremento di coloro che chiedono di usufruire degli ammortizzatori sociali (bonus vari, sostegni al reddito, esenzioni, reddito di inclusione ecc.), con tutte le conseguenze del caso, in termini di lievitazione della spesa sociale e, di riflesso, della pressione fiscale che incide negativamente sull’economia reale.

A mio avviso sarebbe necessaria l’adozione di politiche immigratorie più restrittive sia a livello statale e sia (purtroppo) anche a livello comunitario. Se è comunque vero che difficilmente si possa negare a un immigrato residente il ricorso agli ammortizzatori sociali, è anche vero che la prevenzione dovrebbe essere fatta ab origine, e cioè irrigidendo i criteri economici di ingresso nel paese. Un reddito minimo di 5 mila euro e rotti è troppo basso per la concessione del permesso di soggiorno, così come è troppo blando il criterio del possesso di un qualsiasi tipo di contratto di lavoro (se non addirittura un lavoro in nero) e non invece solo un’attività ben avviata o un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Diversamente, l’immigrazione attratta sarà quella che in prevalenza mira a usufruire dell’elastico e magnanimo sistema del welfare, e non anche quella che invece intende contribuire con le proprie energie lavorative a migliorare se stessa e la società ospitante.