Il piccolo Charlie Gard. Ancora tre settimane di vita. Ecco perché…

charlie-gard-corte-giustizia-strasburgoIl piccolo Charlie, il bimbo nato con una grave patologia che gli impedisce di vivere senza l’uso di apparati artificiali, potrà vivere ancora tre settimane. Questo è quanto è stato deciso dalla Corte di Giustizia Europea, che ha rinviato di tre settimane appunto la decisione finale sulla dolorosa questione che sta facendo discutere: se staccare cioè la spina e lasciare morire il bimbo, oppure permettere ai genitori di portare il loro figlioletto negli USA e tentare una terapia sperimentale, che a quanto pare per la medesima patologia ha già dato risultati che farebbero ben sperare.

Ma torniamo un po’ indietro, per chi non conoscesse questa storia (il che è probabile, visto che i soliti media mainstream non ne parlano o se ne hanno parlato, ne hanno parlato davvero in modo fugace), Charlie Gard è un neonato nato con una malformazione che gli impedisce di respirare e alimentarsi autonomamente. I giudici inglesi hanno deciso che il bimbo debba essere lasciato morire, e ciò – badate! – senza il consenso dei genitori. I quali, semmai, hanno fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea, per invocare il loro diritto di tentare una cura per il figlio, che a quanto pare viene praticata negli USA. La Corte di Giustizia, investita della questione, da più di una settimana sta temporeggiando e non ha ancora assunto una decisione, rinviandola di ulteriori tre settimane.

La domanda è spontanea: perché? Cosa devono decidere i giudici di Strasburgo esattamente? Non ne ho idea. Per me la decisione sarebbe semplice quanto naturale: sì, che il piccolo venga portato dove esiste una speranza di dargli un futuro, e non ci si arrenda all’idea che egli debba essere lasciato morire. Perciò, questa attesa, mi pare un’ipocrisia che non vorrei nascondesse l’ennesimo tentativo di giustificare la “morte” perché il prodotto “bimbo” è difettoso, andando peraltro contro la volontà di chi – in questo caso – avrebbe la tutela e la potestà sul malato.

Questa è in realtà l’implicazione disumana. Il tentativo atto a far passare il concetto secondo il quale, se un essere umano nasce con un disturbo, è “pietoso” ucciderlo a prescindere dalla sua volontà o di chi ne ha la tutela e la potestà, sul mero presupposto che con un handicap non vale la pena vivere, anche perché il costo di questa “vita” graverebbe sulla collettività.

L’idea dunque che i giudici di Strasburgo possano fare proprie queste implicazioni, confermando  la decisione folle dei giudici inglesi, in spregio alla volontà dei genitori e della speranza legata a una terapia innovativa, mi fa semplicemente rabbrividire. Ma questo è il presente odierno, che forse nemmeno George Orwell avrebbe mai immaginato. Un presente dove dietro il volto buonista di un sistema che si dice inclusivo e aperto, nasconde il veleno della morte da infliggere a chi è difettoso e dunque inutile e costoso per il sistema stesso. Proprio come il piccolo Charlie Gard.

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