Il duropurismo che aiuterà solo la sinistra e i cinquestelle

L’orgoglio dei mini partiti, e cioè di quelli che noi non ci mischiamo con nessuno, perché siamo i duri e i puri. Nelle ultime settimane li abbiamo sentiti ruggire, rivendicando il diritto di correre da soli, perché il centrodestra (infatti mi riferisco solo ai partiti che avrebbero potuto chiedere l’apparentamento con il centrodestra) non soddisfa le loro aspettative – in alcuni casi condivisibili – che in un’ottica di alleanze sono sovente troppo radicali. 

E’ la sindrome del duropurismo, che risulta alquanto incomprensibile davanti a una legge elettorale per 1/3 maggioritaria e che prevede la tagliola del 3% per i partiti che non riusciranno a raggiungere la fatidica soglia. Sicché, non solo l’impossibilità quasi certa di non vedere il proprio candidato eletto nei collegi uninominali, ma anche l’altissima probabilità di non vedersi rappresentati in Parlamento per via della soglia del 3% anzidetta, con l’ovvia conseguenza che i voti espressi finiranno nell’irrilevanza.

E’ chiaro che questo è un meccanismo perverso, ma è anche la ragione per la quale il duropurismo è solo velleitarismo il cui unico effetto è quello di agevolare la sinistra e i cinquestelle, distraendo voti che sarebbero andati al centrodestra, in caso di apparentamento (che certo non avrebbe compromesso l’identità partitica dei piccoli partiti). Quanto meno qualora la lista avesse superato la soglia minima dell’1%. E molti dei mini partiti in corsa, hanno questo potenziale.

Perciò mi chiedo il perché. Leggendo molti degli interventi dei politici che sono a capo di questi movimenti, la narrativa è sempre la stessa: non garantiscono l’uscita dall’euro (sovranisti) o non garantiscono l’assoluta difesa dei valori non negoziabili (cattolici), ovvero ancora non garantiscono tagli sostanziosi al debito pubblico e alla spesa pubblica (e meno male!) (liberisti). Insomma, ragioni più o meno fondate e condivisibili (a parte i tagli), che però non tengono conto della complessità del quadro politico, della legge elettorale e del fatto che non è semplice né strategicamente opportuno (in alcuni casi) strombazzare ai quattro venti certe intenzioni e decisioni. Perché, facendolo, magari prendi 10 voti, mantieni la tua purezza, ma ne perdi 100 e rimani con il cerino in mano mentre gli avversari governano. E in fin dei conti, se la strada dei duropuristi, fosse quella giusta, i loro partiti non sarebbero certo dei “cespugli” a rischio di eliminazione elettorale.

La verità dunque è che il duropurismo alla fine aiuterà, seppure involontariamente, la sinistra e i cinquestelle, che da certe divisioni non potranno che averne un vantaggio elettorale in tutti quei collegi in cui la vittoria del centrodestra è in bilico per una manciata di voti.