Il debito pubblico e la logica delle catene che ci salveranno dalla schiavitù

Un bel tabellone elettronico, dove si vede un numero a tredici cifre che aumenta, aumenta, aumenta ogni secondo. Chi alza lo sguardo e vede il tabellone, pensa seriamente che tutti quei soldi devono essere restituiti, magari domani, e che sia necessario fare qualcosa al più presto per diminuirne l’entità. Un messaggio chiaro: l’Italia è un paese debitore (ma verso chi?), e vista l’accezione negativa del termine “debitore”, ecco il mantra: bisogna fare in modo che l’Italia non lo sia più, e anzi – visto che l’Italia siamo noi – non lo sia più ognuno di noi, perché – come recita il refrain – su ogni cittadino italiano pesa una “quota” di quel debito; già appena si nasce, costui porta sulle proprie spalle una parte di quel debito.

Dunque bisogna correre ai ripari. Trovare una soluzione… Peggio! Urge una soluzione che ci ponga al riparo dal disastro imminente (ma quanto imminente?). Bisogna assolutamente escogitare un modo per abbattere quel maledetto debito, per alleviare il peso sul nostro paese e sulle nostre spalle. Ma quale può mai essere una soluzione che possa dare sollievo?

Ce la suggerisce il neoliberismo. Quello che ha fatto del meno Stato e più privato, un’ideologia al pari del comunismo (il suo opposto). Bisogna tagliare la spesa pubblica (spending review), bisogna smantellare lo Stato sociale, bisogna ridimensionare il pubblico dalla vita del cittadino, ridurlo all’osso o ancora meglio eliminarlo. Bisogna trasferire funzioni e compiti al settore privato: reti stradali, sanità, istruzione. Tutto quanto è possibile; magari persino la difesa e la sicurezza, perché chi lo fa per guadagnarci qualcosa – narra la leggenda – lo farà sicuramente meglio e con maggiore efficienza.

Peccato che l’efficienza sia solo l’anticamera per qualcosa di peggio. Perché se il presupposto (fallace) è l’efficienza, e questa si traduce nell’offrire i servizi migliori a chi può pagare e i servizi più scadenti a chi non può o può poco, l’obiettivo ultimo è eliminare lo Stato – per definizione inefficiente – e lasciare che i cittadini non abbiano più tutele e protezioni sociali, e siano perciò abbandonati al dominio dei potentati economici, i peggiori nemici dello Stato.

Il paese ideale dunque è quello dove o ti adegui e diventi uno schiavo, oppure muori: questa è l’unica legge che conta per chi fa del profitto il proprio obiettivo primario. Ma perché ciò avvenga, è necessario che il debito pubblico venga abbattuto. Abbattuto il debito, scompare lo Stato (o si indebolisce gravemente). Scomparso o annullato lo Stato, svaniscono i diritti sociali, svaniscono le tutele e ogni cittadino diventa una barchetta fragile nel mare tumultuoso del mercato, in balia del vento del profitto.

Semplice no? Bisogna abbattere il debito pubblico, e per farlo, è necessario iniziare a risparmiare sulla spesa pubblica, sferruzzando di qua e di là, inseguendo la mitologia dello spreco. E’ necessario rinunciare all’idea dell’istruzione universale; bisogna riservarla a chi può permettersela. Per gli altri, qualora sia necessaria impartirla, è opportuno renderla più semplice, meno approfondita: il mercato, del resto, non ha bisogno di persone particolarmente istruite, ma di bestiame pronto a obbedire senza farsi troppo domande, e ancora meglio, senza rivendicare diritti che sono contro la logica del profitto. Altresì, come è logico che sia, è necessario rinunciare all’idea di una sanità gratuita e libera per tutti: la malattia è un costo, e il costo non è efficiente. Dunque è meglio che chi è malato, o ha i soldi per pagarsi le cure (anche indebitandosi) oppure è più opportuno che muoia, perché una vita menomata è una vita inefficiente.

Ma non è finita. Bisogna aggiungere pure che quella montagna di soldi, se da una parte rappresenta l’argine stesso al neoliberismo, all’idea del mercato che domina incontrastato sulla vita dei cittadini, privandoli dei diritti e delle protezioni sociali, dall’altra rappresenta il concreto argine all’indebitamento privato, all’idea stessa che se un certo servizio o quel bene non puoi permettertelo, puoi comunque comprartelo, indebitandoti. In altre parole, se tuo figlio non lo puoi mandare all’università, perché la retta costa troppo, non importa, contrai un mutuo, ipoteca la casa, e tuo figlio studierà felice. Se poi in un futuro prossimo venturo, perderai il lavoro (e senza le tutele sociali, il precariato è la regola) e il mutuo non potrai più restituirlo, il pignoramento della casa ti salverà dal debito con la banca.

Ecco perché il debito pubblico oggi – per il neoliberismo – è un grosso problema che deve essere sterilizzato al più presto, pure alimentando le varie leggende che circolano su di esso, tipo quella che afferma che il debito contratto dai padri graverà sui figli, o che è peggio, che il debito pubblico porterà lo Stato al default, e dunque a chissà quale imminente catastrofe. Peccato però che la vera catastrofe la stiamo vivendo oggi, legittimando, con queste storie, la logica delle catene che ci salveranno dalla schiavitù.

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