Gran Bretagna vs. Unione Europea. Sarà hard brexit?

—   Lettura in 2 min.

Riassunto della puntata. Qualche giorno fa l’accordo con Bruxelles per una brexit “dolce” è saltato, perché il Parlamento inglese lo ha bocciato. La ragione della bocciatura è principalmente una: l’accordo era inaccettabile, perché fondamentalmente teneva legata mani e piedi la Gran Bretagna all’Unione Europea. Tuttavia, nonostante questo, il Parlamento stesso non ha sfiduciato il primo ministro, Theresa May, che rimane in sella.

Prospettive? No-deal (hard brexit), rinvio dell’art. 50 o un nuovo referendum?

Ebbene, quelli che si augurano un nuovo referendum, stiano tranquilli. E’ improbabile che venga indetto. Gli inglesi non sono italiani. Se da noi, infatti, si è capaci di rimettere in discussione un responso referendario o addirittura disattenderlo, perché magari non è gradito alle élite e alla sovrastruttura eurocratica, in Gran Bretagna la possibilità che venga indetto un nuovo referendum per compiacere Bruxelles è considerato quasi inaccettabile persino dagli stessi remainer: rimettere in discussione un responso dei cittadini per la cultura democratica inglese rappresenterebbe infatti un fallimento delle loro istituzioni. Non è un caso che le pressioni maggiori per una riedizione del referendum sulla brexit provengano maggiormente dal mondo degli inglesi di nuova generazione (gli immigrati) e dai paesi dell’Unione Europea (Germania in testa), più che dalla società inglese profonda e tradizionale. E non è altresì un caso che una remainer come Theresa May, nonostante tutto, intenda dar seguito alla brexit, anche se l’accordo (deal) raggiunto con Bruxelles sembrava – come si è detto – più un remain mascherato che una vera e propria uscita concordata.

Dunque non ci sarà nessun secondo referendum, e invece più probabile una hard brexit e dunque un’uscita senza accordo, nonostante in queste ore si facciano pressioni su Bruxelles affinché riapra in negoziati. E queste pressioni – non è un caso (il terzo) – provengono soprattutto da Berlino che si accorta di avere un enorme surplus commerciale con la Gran Bretagna che, in caso di no-deal, andrebbe letteralmente in fumo. Altra ragione per la quale gli “strilloni” euristi oggi diffondono notizie allarmistiche sull’economia inglese (che va a gonfie vele) e improbabili assalti ai negozi per far provvista di derrate alimentari (sic!), manco fossimo nella seconda guerra mondiale e il Reich avesse imposto un embargo alla Gran Bretagna per affamarla.

Ma si sa, gli inglesi stanno per mollare l’eurocrazia al suo destino, e dalle parti di Bruxelles e Berlino stanno diventando pazzi, perché se tutto va come deve andare e gli inglesi confermano di avere gli attributi, verrà dimostrato in mondovisione il bluff eurocratico, soprattutto a ridosso delle elezioni europee, dove i partiti euristi rischiano di prendere una batosta epocale. E non è un caso (eh, lo so, il quarto) che in queste ore si assiste a un generale mea culpa eurocratico su come l’Europa “solidale” abbia trattato la Grecia; lacrime di coccodrillo, chiaramente, alle quali nessuno sano di mente e con un po’ di sale in zucca crede.

La Gran Bretagna si sbrighi a uscire e si porti dietro l’Irlanda del Nord e la Scozia, quanto meno per dimostrare (per la seconda volta in ottant’anni) che per essere europei non è necessario diventare una provincia dell’impero tedesco.

Se vuoi rimanere aggiornato sulla pubblicazione di nuovi post, iscriviti al canale Telegram