Gli effetti deleteri della cannabis. Qualche dato

Ogni tanto, si ripresenta con insistenza nell’attualità politica italiana, l’idea malsana di legalizzare la cannabis, sul presupposto che dai, che volete che sia un po’ di fumo? In fin dei conti, si tratta di una droga “leggera”, dando all’aggettivo leggero una connotazione di innocuità del principio attivo della cannabis.

Naturalmente fandonie. Non esiste in realtà una differenza scientifica tra doghe leggere e droghe pesanti. Esiste semmai una differenza giuridica (artificiosa). La realtà scientifica è che le droghe sono droghe e stop. Tutte hanno effetti deleteri sulla psiche e sulla materia grigia cerebrale. Tutte creano danni, spesso irreversibili, al nostro cervello. Soprattutto quando se ne abusa.

Eppure si insiste per la loro liberalizzazione. Il che dimostra che siamo ostaggio dell’ideologia più becera in assoluto, dopo il comunismo: l’ideologia liberal, che considera la libertà come un diritto assoluto, vuotato di qualsiasi limite etico e morale, e come tale tendente a esaltare l’individualismo più gretto e amorale. Quello che poi, in fin dei conti, è sinonimo di consumismo, che sappiamo essere uno dei capisaldi del neoliberismo.

Che le droghe “leggere” abbiano effetti deleteri sul nostro cervello, è un dato di fatto, suffragato da una serie di dati. Interessante sul punto è lo studio operato da Giovanni Serpelloni, medico attivo da trent’anni nell’ambito delle neuroscienze e delle dipendenze, fino all’aprile 2014 a capo del dipartimento delle Politiche antidroga della presidenza del Consiglio. A lui, infatti, è stata affidata la parte scientifica del volume “Libertà dalla droga”.

Secondo Serpelloni, “risultano evidenti le gravi conseguenze, ad oggi troppo sottovalutate, che possono comparire a seguito dell’uso di [cannabis] e dei suoi derivati. Tali conseguenze sono tanto più gravi quanto più precoce è l’inizio dell’assunzione e quanto maggiori sono la frequenza e la durata dell’uso” (nel capitolo poi vengono allegate le fonti della letteratura presa in esame). In particolare, “secondo Ameri (1999), la tossicità della marijuana è stata sottovalutata per molto tempo. Tuttavia, recenti scoperte hanno rivelato che il principio attivo della cannabis (Thc, ndr) induce la morte cellulare con restringimento dei neuroni e la frammentazione del Dna nell’ippocampo. Le evidenze in letteratura indicano che l’esposizione ai fitocannabinoidi può alterare la sequenza temporalmente ordinata di eventi che si verificano durante lo sviluppo dei neurotrasmettitori, oltre ad incidere negativamente sulla sopravvivenza e sulla maturazione delle cellule nervose. (…).

Non solo, prima si inizia a utilizzare la cannabis e maggiori sono le probabilità che si passi all’uso di altre droghe come la cocaina e l’eroina. Da uno studio condotto in Nuova Zelanda, i giovani che iniziano a utilizzare la cannabis a quindici anni, hanno 60 volte probabilità su 100 di passare all’uso di droghe pesanti (Fergusson 2006).

Dunque liberalizzare a che pro? Qual è il vero scopo di una eventuale liberalizzazione? Impedire alla criminalità di fare affari? Rendere il business della droga legale? In altre parole, rendere lo Stato spacciatore? E’ difficile dare una risposta; certi tipi di diritti e libertà, sono in realtà, figli di un approccio radical-individualista alla società, dove quello che conta è il soddisfacimento del bisogno individuale, senza curarsi delle conseguenze per l’intera società. Poco importa che l’utilizzo libero e massivo di uno stupefacente abbia effetti deleteri non solo sul fisico di chi lo utilizza, ma anche sulla società; importa che l’individuo possa trasformare il proprio bisogno in un profitto per chi lo smercia. Ecco il vero scopo di queste liberalizzazioni, che non trasmettono valori, che non tutelano la vita né la salute, ma solo l’idea di business, fatta, naturalmente, sulla pelle dei più deboli.

Fonte: Tempi.it

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