Federico Caffè. L’economista “sovranista” ante litteram

Federico Caffè fu un professore di politica economica, scomparso misteriosamente nel 1987. Il suo contributo al pensiero economico politico nell’Italia del dopoguerra e fino alla fine degli anni ’80, è fondamentale ed è determinante per capire oggi la follia monetarista e la perniciosità dell’ordoliberismo europeista in cui l’Italia si è cacciata fin dai tempi di Maastricht. E’ importante soprattutto per capire quanto sia urgente e necessario recuperare la sovranità monetaria ed economica perduta e il ritorno al modello economico costituzionale.

Il pensiero politico ed economico di Caffè è comunque estremamente complesso ed è ricco di sfaccettature, soprattutto perché egli stesso fu uno studioso di una cultura straordinaria. Caffè era comunque un liberale keynesiano, che si opponeva all’ordoliberismo monetarista che iniziava a far capolino in Europa fin dagli inizi degli anni ’70 e che diverrà modello economico principe anche da noi con l’adesione dell’Italia al trattato di Maastricht (1992). Egli era invece un sostenitore del modello economico keynesiano e dello Stato sociale (il Welfare State), che riteneva inefficiente più che altro per il malcostume e il clientelismo politico.

Per Federico Caffè lo Stato non è dunque il male assoluto e non è certo il nemico dell’iniziativa economica privata. Ma è chiaro che per lui lo Stato ha un dovere al quale non può sottrarsi: far si che l’iniziativa economica privata si indirizzi verso la produzione e dunque verso l’accrescimento del benessere individuale e collettivo e non già verso la speculazione finanziaria (di cui fu sempre un grande nemico). La politica economica, in questo senso, deve predisporre gli strumenti per raggiungere l’obiettivo principe del benessere, che è appunto la massima occupazione, e ciò può essere fatto (solo) con politiche economiche accorte, capaci di stimolare l’economia (anche attraverso investimenti in deficit), senza però ricondurla a una dimensione meramente socialista e statalista.

Rileggere oggi Caffè è estremamente utile e istruttivo, perché dal suo pensiero emerge una visione “sovranista” ante litteram, seppure non strettamente antieuropeista. Federico Caffè non ha avuto il tempo di vivere Maastricht né la moneta unica, ma è intuibile quale sarebbe stato il suo pensiero, qualora avesse potuto viverle, traendo spunto dalle forti critiche nei confronti dello SME. Non a caso, il grande economista esprimeva già allora una forte preoccupazione per l’inevitabile egemonia della Germania (ancora divisa) e del marco sugli altri paesi della Comunità Europea e sulle loro valute. Egli temeva soprattutto il tipo di cultura economica di cui i gruppi dirigenti di quel paese erano portatori, quale appunto l’ordoliberismo, improntato – come sappiamo – a una rigida disciplina monetarista, che diverrà poi il modello economico dominante nell’Unione Europea.

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