Come sarebbe stata l’Italia di oggi senza “Mani Pulite”?

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Leggevo un’interessante intervista a Giovanni De Michelis, socialista e politico della Prima Repubblica nel Partito Socialista che fu di Pietro Nenni e Bettino Craxi. Il partito che, più di altri, subì il tornado di Mani Pulite, uscendone completamente annientato.

Al di là di quello che si possa pensare di quel periodo oscuro, è evidente che l’ondata di indagini contro i politici che dominavano la prima Repubblica e i partiti di Governo (DC e PSI in primis), avrebbe completamente stravolto la classe politica italiana dei primi anni ’90, facendo avanzare le seconde file, che per una ragione o per l’altra, mai probabilmente avrebbero avuto chance se i leader dei rispettivi partiti non fossero stati travolti dalle inchieste.

Dunque, mi chiedo se davvero saremmo finiti per essere un paese debole e ormai destinato a un progressivo e costante regresso industriale ed economico, se quei politici che oggi sembrano, giocoforza, dei giganti rispetto agli attuali, non fossero stati troncati dalle inchieste giudiziarie di Mani Pulite.

E’ una domanda che in realtà non mi sono mai seriamente posto prima d’oggi, ma è una domanda che in realtà ha il suo perché. Che avrebbero fatto quei leader, che contribuirono al consolidamento della Repubblica, senza “Mani Pulite”? Gli eventi economici e geopolitici che si svilupparono dopo di allora testimoniano che forse le cose sarebbero andate ben diversamente. Soprattutto in Europa, perché se è vero che Giovanni De Michelis (morto proprio oggi) firmò il Trattato di Maastricht, lo fece perché riteneva che quel trattato sarebbe stato vantaggioso per l’Italia. Anche se v’è da dire che su quel trattato, Bettino Craxi (un po’ contraddittoriamente) poi fu davvero critico, quando nel 1997 affermò che l’Europa nata con i vincoli di bilancio su debito e spesa «nella migliore delle ipotesi [sarebbe stata] un limbo; nella peggiore delle ipotesi l’Europa [sarebbe stata, invece] un inferno» (qui).

Ora, è chiaro che per me la firma di quel Trattato fu un errore fatale di cui la classe politica della Prima Repubblica si è macchiato indelebilmente. Maastricht, infatti, consegnava all’autorità eurocratica un potere enorme: il controllo della politica economica del nostro paese; un pezzo fondamentale della nostra sovranità. Eppure è altresì evidente che ciò che venne dopo quella firma costituì la discriminante tra la diversa “statura” (non senza errori e qualche palese contraddizione) della classe politica della Prima Repubblica e quella che venne dopo, la quale invero neutralizzò il modello economico della Costituzione del 1948, privatizzando il settore bancario, smembrando l’IRI e privatizzando la stragrande maggioranza delle aziende di Stato, e tutto per aderire al patto di stabilità e crescita (1997) che sappiamo imponeva il pareggio di bilancio e altre condizioni particolarmente gravose per il nostro paese. E tutto, pur di entrare nell’euro.

La verità dunque è che quella stagione che decapitò (a torto o a ragione – non entro in merito) i vertici della classe politica italiana, causò un danno politico enorme, perché creò un vuoto di potere non indifferente e ruppe una linea di politica nazionale e internazionale costruita faticosamente nei decenni precedenti; una rottura che indebolì fortemente il nostro paese sul piano internazionale ed europeo. Senza contare che accelerò (e non di poco) il processo di rafforzamento del vincolo esterno, avviato proprio nei primi anni ’80 con l’adesione allo SME e con il famigerato il divorzio tra Bankitalia e Tesoro (sul quale – v’è da dire – i politici della Prima Repubblica rimasero inerti e silenziosamente conniventi). Vincolo che però, in un qualche modo, venne quasi ignorato negli anni ’80, tanto che in quegli anni, l’Italia, grazie alla spesa in deficit, crebbe moltissimo fino a diventare quarta potenza industriale.

Sicuramente senza la stagione di Mani Pulite il nostro paese oggi sarebbe ben diverso. Non dico migliore (almeno non in termini assoluti), ma certamente diverso. Soprattutto non si sarebbe affermata quell’ondata giustizialista che ha poi spinto la classe politica dell’epoca, indebolita e stravolta dalle indagini, ad approvare la scellerata riforma dell’art. 68 e l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti: due grossolani errori che hanno fortemente precarizzato la Repubblica nata dalla Costituzione del 48. E poi, certamente, anche l’approccio europeista sarebbe stato diverso. Non so fino a che punto avremmo potuto evitare il declino determinato dall’avanzata dell’ordoliberismo germanico, innato nel sistema eurocratico, e comunque favorito anche dalla classe politica della Prima Repubblica. Sicuramente però lo avremmo affrontato con ben altri strumenti culturali e ben altra consapevolezza. Quella che oggi ci manca per comprendere che il nostro paese per riprendere a crescere deve liberarsi dell’euro e dell’Unione Europea, onde rimettere al centro la Costituzione del 1948.

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