Breve guida alla perdita della sovranità nazionale

sovranismo-sovranita-economiaMolti italiani ormai conoscono il termine sovranismo, e molti hanno sentito parlare di perdita (o svuotamento) della sovranità nazionale (e non solo), ma pochi, in realtà, riescono a focalizzare con precisione in cosa consista la strategia che mira a cancellare gli Stati nazionali e in cosa consista il sovranismo. E in effetti è difficile capirlo con chiarezza. Dunque cercherò, con parole semplici e evidenti semplificazioni, di fare il punto della situazione a beneficio di coloro i quali non riescono ad afferrare la complessità della questione, che certo qui non può essere riproposta.

Le tre leve sovrane

La strategia di svuotamento della sovranità nazionale opera su tre fronti: moneta, debito e privatizzazioni. Sono queste le tre leve che vengono manovrate per incidere negativamente sulle sovranità nazionali, perché sono questi gli strumenti che definiscono la sovranità di uno Stato e la propria indipendenza. Tutti gli altri sono una conseguenza della manovra delle tre leve anzidette.

1. LA MONETA. La prima leva dunque è la moneta. Uno Stato nazionale, sovrano e indipendente ha un privilegio e un potere: battere moneta. Quello che qui è importante sapere è che la sovranità di uno Stato si realizza attraverso questo potere, poiché la moneta nazionale è il bene legale di scambio nelle transazioni nazionali. Tramite la moneta e il suo uso, lo Stato può influenzare l’andamento dell’economia nazionale (es. l’inflazione, il potere di acquisto dei salari, gli interessi sul debito pubblico, le esportazioni ecc.) e può rapportarsi con gli altri Stati sovrani. Nel momento in cui uno Stato non ha più il potere di battere moneta e di influenzarne il valore (la rivalutazione o la svalutazione), perde un importante pezzo della propria indipendenza e sovranità. Come, del resto, accade all’Italia con l’adozione dell’euro, una moneta “straniera”, sulla quale il nostro paese non ha alcun potere, essendo questo esercitato dalla Banca Centrale Europea, organo indipendente rispetto agli Stati membri dell’Unione Europea.

2. IL DEBITO. La seconda leva è il debito. Regola finanziaria vuole che uno Stato abbia due strade per finanziarsi: le imposte e il debito pubblico. Nel primo caso lo Stato impone un contributo proporzionale e progressivo sul reddito prodotto dai cittadini; nel secondo caso, lo Stato raccoglie risorse finanziarie emettendo titoli a interesse che vengono acquistati da terzi. Il tutto, normalmente, per mezzo della moneta nazionale. In uno Stato sovrano e indipendente, con moneta sovrana, non esistono normalmente tetti all’indebitamento e l’indebitamento normalmente non incide negativamente sull’andamento dell’economia nazionale, sempre che si facciano politiche economiche accorte (v. Giappone). Il problema nasce quando il debito è espresso in una moneta straniera (l’euro). In tal caso, lo Stato non può più influenzare il tasso di interesse sui titoli emessi (esempio, ordinando alla Banca Centrale di acquistare i titoli per tenere basso questo interesse). I titoli del debito pubblico fluttuano nel mercato libero, e i tassi sono decisi dal mercato medesimo. Voi potete immaginare, che così facendo, uno Stato di fatto viene considerato come un “privato” che firma cambiali a banche e speculatori, e il tasso di interesse su queste cambiali viene deciso, non dallo Stato, bensì dagli stessi potentati finanziari che detengono nel loro portafoglio i titoli dello Stato. Sicché costoro, in questo modo, tengono in ostaggio lo Stato, limitandone o peggio orientandone fortemente le politiche in una direzione che non sempre (anzi, ormai quasi mai), sono in favore del popolo e della nazione. Ed è ciò che accade oggi all’Italia.

3. LE PRIVATIZZAZIONI. La terza leva: le privatizzazioni. Normalmente uno Stato possiede attività economiche nei settori strategici dell’economia nazionale: telecomunicazioni, energia, trasporti e sviluppo tecnologico, nonché opera un stringente controllo sugli stessi o su altri (es. il settore bancario). La realizzazione della sovranità e della democrazia passa, dunque, anche attraverso una presenza “strategica” dello Stato in queste realtà. Il venir meno della presenza dello Stato in determinati settori, tramite un processo di privatizzazione (inseguendo la logica neoliberista dello Stato-azienda che deve incassare più di quanto spende e non deve ingerirsi nell’economia), non può non incidere negativamente sulla sovranità, soprattutto se il piano delle privatizzazioni determina – guarda caso a prezzo stracciato – l’acquisizione di questi assets strategici da parte di gruppi e potentati interni o stranieri; gli stessi che – normalmente – condizionano queste vendite attraverso i giochi speculativi sul debito pubblico in un contesto non sovrano.

Riassumendo, l’uso di una moneta straniera impedisce a uno Stato di determinare le politiche monetarie ed economiche di interesse nazionale; questo limite incide (negativamente) sulla possibilità per lo Stato di controllare l’andamento del proprio debito pubblico, di attuare politiche sui tassi di interesse e di operare con efficienza sul tessuto economico per favorire il raggiungimento della piena occupazione e di uno sviluppo sostenibile.

Pareggio di bilancio e fisco

D’altra parte, in un contesto non sovrano o di cessione della sovranità monetaria ed economica, il debito pubblico, giacché è una componente importante di finanziamento (anzi determinante), richiede che questo e la spesa pubblica siano vincolati a precisi parametri correlati al PIL. Da qui l’introduzione in costituzione del pareggio di bilancio. Sicché, non solo la spesa pubblica non deve superare le entrate statali (e qui ci siamo: lo Stato italiano è in avanzo primario), ma deve anche abbattere debito. E ciò può essere fatto solo e inevitabilmente con manovre economiche oppressive (soprattutto fiscali e strutturali) che impattano negativamente sull’economia (il PIL) attraverso un aumento generalizzato della pressione fiscale (soprattutto indiretta) e/o una destrutturazione dello stato sociale, ovvero ancora una dismissione emergenziale degli assets di Stato in favore degli onnipresenti potentati privati nazionali e internazionali (privatizzazioni), il tutto a completo danno dell’economia reale, dei livelli di produttività e dell’occupazione. L’obiettivo finale è impoverire e annichilire, onde costringere le popolazioni ad accettare condizioni di lavoro peggiori, aleatorie e legate alla volubilità dei mercati finanziari e speculativi.

Sovranismo

E qui arriviamo al sovranismo. In questo contesto, il sovranismo è quel movimento politico che mira a ripristinare la sovranità italiana in materia economica e monetaria (e dunque anche politica), attraverso l’abbattimento del mostro europeista. L’intento è recuperare la piena sovranità, affinché siano gli italiani, attraverso le istituzioni democratiche, a decidere quali politiche economiche perseguire e in che termini perseguirle. Oggi, tutto questo non è possibile, perché se anche sia vero che gli italiani votano il parlamento e il governo, costoro alla fine attuano i programmi politici ed economici decisi dalla Unione Europea, i cui organismi decisionali non sono eletti dal popolo italiano. Dunque, essere sovranisti è essere patrioti e difensori della nazione italiana.

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