6 milioni gli italiani a rischio povertà. Ecco quali sono le cause inconfessate

Ogni tot di mesi, esce un dato sconfortante sulla povertà italiana. L’ultimo è del CENSIS, che riporta un dato drammatico: gli italiani a rischio povertà, entro il 2050, sono quasi sei milioni. Un dato davvero inquietante che la dice lunga sui fallimenti delle politiche sociali di questi ultimi vent’anni. Fallimenti dovuti essenzialmente all’adesione dell’Italia all’euro e alle normative europee che stritolano la nostra economia e impediscono l’attuazione di politiche anticicliche in deficit.

Non voglio annoiarvi con grafici comparativi sul confronto tra l’economia italiana ante-euro e quella successiva. Però è opportuno rimarcare (qui sì, fino alla noia) che la causa principale dell’impoverimento generale della società italiana, è determinata dalla moneta unica, dalle politiche rigoriste e deflattive della BCE e dell’Unione Europea, dalla rigidità richiesta nei conti pubblici, dal fiscal compact e dai vincoli di bilancio imposti con il Trattato di Maastricht.

Le ragioni, dunque, sono semplici: i paletti sui conti e la desovranizzazione monetaria impediscono al Governo nazionale di attuare il modello economico costituzionale, e dunque di fare quelle che keynesianamente vengono definite “politiche in deficit”, dove lo Stato, in tempo di crisi economica, di disoccupazione e di crollo della domanda e della produzione interna, investe massicciamente nell’economia, incrementando così i livelli occupazionali e dunque il consumo interno, facendo in questo modo da volano alla ripresa economica. Tante volte, del resto, in passato questo è stato fatto e con grande successo.

Ma oggi non si può più. L’Europa lo vieta; l’adesione del nostro paese alla moneta unica, all’idea che debba variare il costo del lavoro e non il valore della moneta, l’idea che il rigorismo contabile e il pareggio di bilancio debbano essere i cardini virtuosi delle politiche economiche statali, hanno messo una pietra tombale sul modello economico costituzionale e sulle politiche economiche anticicliche. Il risultato è quello che vediamo: deindustrializzazione (delocalizzazione o chiusura delle aziende), smantellamento dello Stato sociale, privatizzazioni e svendita degli assets produttivi per recuperare denaro (uno Stato privo del potere di battere moneta deve procacciarsi i fondi come un qualsiasi altro privato cittadino). Soprattutto però, percentuali di disoccupazione alle stelle, precarizzazione lavorativa, bassi salari, fisco asfissiante, e dunque povertà che si allarga a macchia d’olio colpendo anche quegli strati sociali e quelle professioni e attività d’impresa che un tempo erano considerate al riparo dalle crisi economiche.

Soluzione? Solo una: fuggire dalla gabbia europea, riprendersi la sovranità economica e monetaria, recuperare il modello economico costituzionale e attuare quelle politiche anticicliche, assolutamente necessarie per rivitalizzare l’economia italiana. Diversamente il destino è quello dipinto dal CENSIS. Povertà, precariato, salari da fame, e dunque lenta dissoluzione dell’economia nazionale, chiaramente in favore di quelle più forti a livello globale.