17 miliardi in un giorno per salvare due banche e anni per pagare i fornitori

tasse-crediti-stato-impresePartiamo dall’ultima parte del titolo: anni per pagare i fornitori. Questo è lo Stato ai tempi dell’euro, che deve alle imprese e ai professionisti che hanno eseguito prestazioni per il medesimo, all’incirca 50 miliardi di euro. Soldi questi che vengono trattenuti indebitamente e non entrano tempestivamente nel circuito economico, semplicemente perché – questo è il mantra – quei soldi devono essere prima recuperati, tanto che ci vogliono manovre e manovrine, aggiustamenti, tagli di qui e tagli di lì, l’imprimatur della UE e il consenso del portiere di chissà quale palazzo istituzionale per il via libera definitivo.

I soldi dunque arrivano ai loro legittimi titolari un poco alla volta, anzi un poco ogni tot di anni, e privi per giunta di qualsivoglia somma a interesse sul capitale. Nel mentre, però, il debitore – lo Stato – esige massima puntualità nel pretendere dai suoi creditori (che diventano per magia i vessati) i soldi delle tasse e delle imposte; le sanzioni e gli interessi sono rigorosi e impietosi. Insomma, come direbbe mio nonno: le imprese e i professionisti, oltreché cornuti, pure mazziati.

Ma è un fenomeno, purtroppo, tristemente noto ai più. Del resto, se già negli anni di piena sovranità, lo Stato non era il massimo della celerità nel pagare i propri fornitori, con l’euro e la perdita progressiva di sovranità monetaria ed economica, è diventato peggio di una lumaca. Intanto le imprese chiudono o perché fallite o perché vessate da chi le dovrebbe pagare. E qui emerge il paradosso dei paradossi: lo Stato per pagare i propri creditori li vessa. In altre parole, lo Stato dice all’imprenditore: “tu mi paghi l’IVA e un’altra caterva di imposte e di tasse, affinché io poi ti paghi la prestazione sulla quale (attenzione!) tu mi paghi l’IVA e un’altra caterva di imposte e tasse”.

Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe certamente da ridere. Ma andiamo avanti. Se è vero dunque che lo Stato paga poco, paga male e paga lentamente le imprese e i professionisti che hanno svolto prestazioni in favore dello Stato medesimo, con la scusa che è difficile trovare i soldi, che bisogna rispettare le regole UE, che bisogna far quadrare i conti e tagliuzzare qui e lì, stranamente (stranamente!), nel giro di 24 ore, e pure di domenica, riesce a racimolare ben 17 miliarducci (mica bruscolini!) per salvare due banche sull’orlo del fallimento.

Il mantra è sempre quello usato in altre occasioni: a rischio ci sono i soldi dei risparmiatori e migliaia di posti di lavoro. Bene. Tutto giusto. Ma attenzione, allora è evidente che esiste una palese disparità di trattamento tra le banche e le imprese, perché se un’azienda con decine di dipendenti chiude, e se poi per le inefficienze della macchina statale, per la burocrazia, per la tassazione e per l’inadempienza, chiudono migliaia di aziende che contano decine di dipendenti, è facile intuire che il dramma è il medesimo e forse è anche peggiore per le imprese.

Dunque la domanda è valida: perché diamine si riescono a trovare in un giorno 17 miliardi di euro per salvare due banche dal crack, mentre ci vogliono anni per pagare i debiti che lo Stato ha nei confronti di aziende e professionisti. Soprattutto perché nel primo caso, le parti sane delle banche in questione vengono cedute al prezzo simbolico di un euro a un’altra banca e le parti malate (i crediti deteriorati) deve accollarseli la collettività, e cioè tutti noi, comprese quelle imprese e quei professionisti che non vengono pagati puntualmente dallo Stato, e che per questa ragione vengono messe sull’orlo del fallimento che nessun Consiglio dei Ministri in 24 ore e di domenica scongiurerà, facendo apparire dal nulla le somme dovute?

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